.: indietro
Sei in:
Siete in 2478 - In tutto 3621164 dal 18/12/02
16/01/2019

Segnala questa pagina ad un amico

Ascolta il ns. jingle

© 2002 coolclub.it
created by ediweb

Giornale :. Interviste

Le melodie del ritmo

Intervista a Triad Vibration del 04/06/2006

Come cornucopie sfilate, poggiate sullo stage di legno di uno dei teatri storici di Milano. Saranno 3 o 4 didjeridu con la bocca spalancata a guardare la luce del fantasma, la sola che resta accesa in ogni teatro quando tutto si chiude e tutti sono andati via. Una sedia barcollante regge il basso al centro della scena e poco più in là una postazione simile a quella di una navicella stellare primordiale: sacchetti di rumore di riso, campanellini intrecciati, anfore suonanti, tubi magici e non so quanti e quali apparati percussivi. Elettronici, tibetani, nostrani. Tutto quanto e più per esplorare il vasto universo musicale che affaccia dal lavoro di Triad Vibration. Una notte di prove, tra foto e riprese, e quando tutto sembra essere finito, Ezio, Gennaro e Tannì ‘depongono’ gli strumenti, mi invitano al centro del palcoscenico a sedermi a terra e cominciamo in cerchio questa chiacchierata. Sussurrata, dopo tanto suonare, intima, quieta di stanchezza. Triad Vibration sta crescendo in questi giorni tra prove in locations come il CRT, studio di registrazione, riflessioni su logo e titoli, contatti e incontri professionali e artistici.

È il grande salto. Triad Vibration non è Triad e non è Parallelo Zero. Dal primo organico (2 didjeridu e percussioni) a Parallelo Zero, un progetto nato dall’intuizione di Ezio Salfa che, aggiungendosi con il basso alla formazione originaria, suggerisce di musicare un viaggio intorno al mondo. Salta fuori World Tour tra musiche tradizionali europee, tribali africane, mistiche himalayane, latine brasiliane fino alle arborigene australiane. Staccatosi uno dei didjeridu, rimangono, con quello di Tannì (Walter Mandelli), le percussioni di Nero (Gennaro Scarpato) e il basso di Ezio a definire Triad Vibration.

Cosa succede adesso? “Succede che facciamo un lavoro più istintivo. -attacca Gennaro e sembra quasi un paradosso considerando che questo è il loro primo disco ad uscire coprodotto con l’etichetta Zapted, e che gode di una programmazione di promozione e distribuzione e di una pianificazione di appuntamenti - World Tour era multietnico e più descrittivo, dovevamo musicare il movimento e per riuscire in questo abbiamo dovuto studiare quasi tutto a tavolino. Adesso si tratta di un progetto ritmico puro e come tale più istintivo, nonostante sia molto più accurato rispetto i precedenti. Una sorta di improvvisazione strutturata.» L’accuratezza di cui parla Gennaro deriva dal fatto che i musicisti possono concentrarsi esclusivamente sulla musica, perché possono contare sull’impegno puntuale di una produzione che nulla lascia al caso. L’attenzione maggiore è stata riservata alla scelta dello studio di registrazione, Cavò Studio di Bergamo. Che la qualità della registrazione e del missaggio fosse impeccabile è stato l’imperativo categorico dell’etichetta, pur se questo ‘salto di qualità’, spiegherà Lamberto Cesaroni, coproduttore di Triad, «è in realtà un concetto estetico, un’elevazione di come verrà fatto percepire il disco.» «A volte la partenza di un brano gioca anche solo su due note e con esse cerchiamo di creare un leit-motiv che diventi, è il caso di dirlo, ipnotico. Una transdance che entri dentro, nella testa, senza quasi che te ne renda conto, che parta da un disegno ritmico magari minimo, sviluppato con contaminazioni che vanno dall’elettronica, all’house, alla black music, persino la dance.» spiega Tannì maneggiando tabacco e cartina con maestria. «Succede che la sfida si complica man mano. Mentre lavoriamo, anche in questi ultimi giorni che sono la fase finale del disco, ci stanno venendo idee nuove per il prossimo. Mentre pezzi ormai digeriti, definiti, maturano da sè e si raffinano come per un processo naturale e inevitabile. Punti d’arrivo e stimoli al contempo.» conclude Ezio. Ed in effetti tutto il percorso è arrivato quasi da sè, spiegano, una serie di coincidendenze forse, di avvenimenti importanti capitati al momento giusto, che hanno spinto nella direzione giusta. Tutto si è messo a girare senza troppe forzature.

Ma l’esigenza di sintetizzare la vostra esperienza musicale in questo disco avrà avuto un imput d’avvio, qualcosa che l’abbia calciata alta. «Ci è venuta voglia di presententarci con maggiore trasparenza. -risponde Gennaro con quella sua inconfondibile intonazione napoletana- Oltre che meno curati, i dischi precedenti risultavano più anonimi. Con questo ci stiamo raccontando davvero.» Ezio: «E poi parlando ancora di contaminazioni, la prima, vera, più forte contaminazione è arrivata dalla reazione del pubblico. Come una richiesta. Andando in giro, durante i concerti, rimaniamo sbalorditi di come il pubblico, per quanto differenziato anche nell’ambito di una stessa serata, per età e stili di vita, sembra chiederci sempre di più. Nasco bassista jazz e quando suono jazz, mi capita infinite volte che proprio sul pezzo ‘migliore’ la gente sia distratta, non ascolti. Ci rimani di merda. Con Parallelo Zero e adesso con Triad, non è mai successo. La gente sembra rapita e vorrebbe approfondire l’incontro. Se penso che siamo riusciti a vendere 7000 copie solo con un corner malorganizzato durante i concerti e senza uno straccio di distribuzione... » Tannì: «La musica è di grande impatto. Bisognava ‘standardizzarla’, nel senso di renderla più alla portata di chi viene ad ascoltarci, senza con questo pensare ad un’operazione di semplificazione. Lavorare sulla fluidità ecco, perché il pubblico possa interiorizzarla più agevolmente. Ci siamo solo posti il problema di ascoltare e rispettare una richiesta che arrivava prepotente da coloro che venivano ad assistere ai nostri concerti.»

L’altra esigenza prepotente è più personale. Sono tre musicisti fortemente caratterizzati, ognuno di loro parte da un background totalmente diverso ma ugualmente improntato. La formazione di Gennaro è rock, quella di Ezio è latin jazz e Tannì è reduce da un percorso che più alternativo non si può, fatto di lunghi periodi di nomadismo nei deserti asiatici dove ha conosciuto il didjeridu. Tre musicisti, tre strumenti ritmici: «Per creare una melodia ognuno di noi ha scoperto l’esigenza di differenziare e far evolvere il proprio strumento fino a fargli acquisire connotazioni inedite.» spiega Gennaro «È determinante il gioco degli incastri. Per coprire i ‘buchi’ tra un bit e l’altro, a parte ravvicinarli al minuto, giochiamo sugli incastri, sulle sovrapposizioni fra noi, che creino una continuità melodica, tanto che siamo tre ma sembriamo molti di più.» Ed è assolutamente vero.

Il lavoro in studio terminerà a breve e da quest’estate Triad Vibration comincierà ad andare in giro. Questa loro ricerca musicale è partita da una base assolutamente tribale, ha incentrato l’indagine sulla struttura delle melodie puntando a sbilanciarle verso una linea funky che fosse più accantivante. Tannì azzarda a parlare di «…messaggi subliminari, nel senso di una scoria sotterranea che forse non è la prima cosa che si riesce a sentire, ma che è inevitabile avvertire, percepire. La vera nota che ti cattura.» Saranno dieci brani in tutto, per alcuni dei quali hanno partecipato musicisti internazionali di altissimo livello. «Ci ha riempito di gioia e d’orgoglio riscontrare l’entusiasmo con cui tutti loro hanno collaborato a questo nostro progetto. Emblematico il regalo di Giovanni Venosta, pianista, compositore di colonne sonore, molto apprezzato in Italia, che ha composto la melodia del brano che suoniamo assieme e poi ce l’ha ceduta con una generosità che aveva molto dell’apprezzamento. Un segnale di riconoscimento importante per noi.» dice Ezio. Oltre a Venosta, ci sarà il trombettista cubano Gendrickson Mena, la cantante jazz Lucia Minetti, la chitarra di Giuseppe Scarpato, i vocalizzi di Luz Amparo Boerma, la rapper Vaitea e l’intervento di Dj Skizo.

La musica di Triad Vibration, a differenza ad esempio di quella di molti concerti rock, è tutt’altro che catartica. Una delle suggestioni che gli amanti del live rincorrono è innegabilmente l’appagamento di sentire urlate opinioni ed emozioni proprie; la coralità, la riappropriazione di uno spazio a modi cassa di risonanza a largo raggio provoca una soddisfaciente sensazione di rivendicazione. Le performances live di Triad non hanno niente di urlato, non c’è identificazione, né espiazione di alcuna pena dell’anima. Coinvolgimento, rapimento, la sensazione straordinaria di sentirsi avvolgersi, ammantarsi di una sonorità primordiale, quasi ancestrale. Allora Gennaro assorto puntualizza: «È vibrazione, anzi vibrazioni. L’orecchio c’entra, ma meno del solito. È tutto il corpo che ascolta e come per incanto… risponde.»

 

Viviana Guadalupi

di __