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12/12/2018

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Editoriale: Non c'è proprio niente da ridere. Intervista a Livio Romano

Trentottenne salentino di Nardò Livio Romano dopo il successo di Mistandivò, pubblicato con Einaudi nel 2001, è diventato punto di riferimento per tutta una generazione di scrittori del tacco d’Italia. Insegnante d’inglese in una scuola elementare, ha pubblicato una racconto in Disertori (Einaudi), tre racconti in Sporco al sole (Besa-Books Brothers), i romanzi Mistandivò (Einaudi 2001) e Porto di mare (Sironi, 2002), il lungo reportage dalla Bosnia Dove non suonano più i fucili (Big sur). In questi giorni esce Niente da ridere per Marsilio.

Torni nelle librerie dopo circa cinque anni da Mistandivò e Porto di mare. Come mai questa lunga attesa?

Non credo sia lunga. Gli scrittori non devono fare un libro ogni anno come i cantanti. Dopo Porto di mare ho cominciato a prendere appunti per questa storia pensando anche al modo di inserire tutto il gran materiale che avevo per la testa in una trama che si rivelò subito molto complessa da gestire. Alla fine avevo la "scaletta" e, parlando a lungo con un mio amico, anche il modo di "mettere a sistema", se così possiamo dire, la miriade di storie, microstorie, personaggi, argomenti che volevo mettere in scena. Ho impiegato quattordici mesi per scriverlo. Poi ho perso un po’ di tempo con un editore a cui era molto piaciuto il romanzo, infine sono approdato in Marsilio dove è cominciato un editing faticoso e attento con un editor giovane e capace, Errico Buonanno.

Niente da ridere in poche battute…

Parliamoci chiaro. Questo è un romanzo realista, con tutto quello che ciò significa nel 2007. Realista e minimalista per la pignoleria con cui si sofferma, per esempio, su elementi del tutto prosaici come TAEG e affini amenità che fanno parte della vita di tutti noi occidentali. I libri degli ultimi anni non parlano che di trentenni. Ma si tratta di trentenni dimissionari, precari, dinky, single, mammoni, cocainomani, crapuloni, irrisolti, metropolitani. Nessuno che si sogni di raccontare, come fanno il cinema e la narrativa inglesi (Hornby in primis, ma anche John O’Farrell, India Knight, Jonathan Coe) pure le vite di quei trentenni che hanno messo su famiglia, della gente che prova a farcela, che fa figli, che si barcamena fra familiari da accudire, babysitter, infanzie tristi, debiti.

Nella quarta di copertina si legge "Il romanzo di una generazione che rischia di farsi scivolare tra le dita il diritto a un attimo di felicità". Ci spieghi un po’ questa sensazione...

Questo è un romanzo che potremmo ascrivere al genere "storie di famiglia". Si tratta di una famiglia pennacchiana, fumettistica, allargata la cui casa è un teatrino in cui compaiono e scompaiono figuranti e protagonisti a una velocità da sit-com. I coniugi titolari di questa specie di caffetteria sono Gregorio e Delia, il prototipo umano di quello che viene sbandierato come "solidarismo meridiano", ma senza che loro due riescano in alcun modo a godere di un briciolo della parte "attiva" della solidarietà stessa. Io son circondato da colleghe che arrivano al lavoro gialle in faccia e prossime al collasso per aver assistito la vecchia mamma durante la notte: ecco, Niente da ridere, che è ovviamente un titolo ambivalente – nel senso che c’è da ridere di continuo ma su argomenti intorno ai quali non ci sarebbe proprio da scherzare - porta al parossismo il familismo mediterraneo in cui lo Stato e i suoi meccanismi di protezione sono assenti. Ne mostra i lati deteriori. Senza scomodare Foucault, mette in scena quanto una famiglia può diventare il posto più violento del mondo.

Quanto è autobiografico questo romanzo?

Per niente e del tutto autobiografico. Volevo inserire diversi materiali: un "lamento" di fondo che desse voce alla coscienza di Gregorio, la politica (questa volta la messinscena delle Elezioni Comunali), e poi introdurre una materia che mi sta moltissimo a cuore: la malattia mentale, sia quella gravissima, sia quella, diciamo così, da stress della vita moderna (il protagonista è un patito delle benzodiazepine: già nell’incipit, citando ovviamente Let it be, è "sora Alprazolam" che lo soccorre in tempi di guai, piuttosto che la vecchia cara Madre Maria: una rivoluzione culturale che rivela di che pasta è fatta la generazione cresciuta negli anni Ottanta…). È vero che il protagonista ha più o meno la mia età e fa il maestro di scuola come me (e attribuendo a questo personaggio la maggior parte delle avventure che due o tre persone devono avermi raccontato, ho risolto ogni possibile problema potesse loro derivare da questa pubblicazione…). Ma già dopo dieci pagine mi accorsi di quanto questo Gregorio Parigino vivesse di vita autonoma, del tutto estraneo al suo burattinaio.

Poi, è ovvio: ci sono anche episodi che ho vissuto personalmente ma sai che non so più, come al solito, dove finisce la finzione e dove comincia la realtà? Durante i giri di editing mi capitava di rileggere dei pezzi e di chiedermi: "Ma questa cosa, è successa sul serio? È successa a me? E se non a me, a chi è successa? Me la sono inventata?". In ogni caso, la moltissima vita reale che pulsa in questo libro (lontana anni luce dalle storie manierate alla Easton Ellis) è stata talmente trasfigurata perché si adattasse all’architettura di commedia comico/amara che, se pure esistesse un fatto raccontato "esattamente" come è avvenuto nella realtà, la lingua e il ritmo spazzerebbero via ogni illusione di "candid-camera".

Esci per una nuova collana della Marsilio che ha pubblicato anche un altro salentino (Gianni D’Attis). Sei soddisfatto della nuova casa editrice?

Questa collana nasce con l’intento di fare della narrativa di qualità e "leggibile", nell’accezione più nobile del termine: storie che intrattengano, che accompagnino il lettore dalla prima all’ultima pagina senza farlo penare. Mi son trovato molto bene con l’editor che da un lato è stato inflessibile sul voler eliminare un buon 30% di analessi (scelta che a tutt’oggi condivido in pieno, per quanto sulle prime mi sia costato dolore) e un po’ di trucchetti a basso costo da teatro comico, ma anche estremamente rispettoso dell’opera così com’era stata concepita.

Cosa leggi ultimamente?

Se scrivo, non leggo e viceversa. Ho appena finito un romanzo che spezza nettamente con tutte le cose fin qui fatte. Prima di cominciarlo, ho riletto Dostoevskij, per la prima volta l’Odissea, un po’ di tragedie greche, moltissimi autori israeliani, Joyce Carol Oates della Famiglia americana, Joseph O’Connor che è sempre una scoperta, un vero genio del plot ma le due folgorazioni dell’ultimo anno son state Le Correzioni di Franzen e Revolutionary Road di Yates: due capolavori che mi si sono appiccicati addosso, ognuno per ragioni diverse, in maniera indelebile.

Questo numero di coolclub.it è dedicato alle colonne sonore. Qual è la colonna sonora di questo libro? In generale cosa ascolti?

Ovviamente la colonna sonora di Niente da ridere è Let it be dei Beatles. È un tormentone che comincia nell’incipit e va avanti fino alla fine. Ma ci sono anche gli Smiths, i Rem, i Radiohead, RHCP, Elvis Costello, Tom Waits e tanti altri. Ho trascorso tutti gli anni Novanta ad ascoltare esclusivamente jazz. Da qualche anno son tornato al rock’n’roll riscoprendo il piacere di farmi stordire dal suono della chitarra elettrica che, secondo me, personifica quella musica. Ma frequento volentieri anche territori limitrofi: rhytm’n’blues e soul senza disdegnare certi prodotti geneticamente modificati ai quali non saprei affibbiare un’etichetta: i Cowboy Jankees, che musica fanno, di preciso?

Pierpaolo Lala
pierpaolo@coolclub.it
www.coolclub.it